l nuovo album di Patrizia Laquidara dal
titolo Il canto dell'Anguana è semplicemente
di una bellezza imbarazzante.
Dalla prima all'ultima traccia cantata rigorosamente in dialetto
vicentino si evince nell'artista la sensazione di assistere
ad un pellegrinaggio d'amore, non pensando ad un uomo, ma alla
sua terra adottiva, il Veneto.
L'album, scritto in collaborazione con i magnifici musicisti vicentini
Hotel
Rif, è incantevole, ed i testi scritti dal poeta
Enio
Sartori molto armoniosi.
L'Anguana, a cui si ispira l'intero disco, è una ninfa
tipica della mitologia alpina, una specie di donna-serpente, il cui corpo unisce
una parte umana a quella animalesca; l'anguana viene raccontata come una figura
che incanta, con capelli lunghi e con un canto capace di ipnotizzare chi le ascolta.
Patrizia Laquidara come l'anguana dalla prima traccia dal titolo
Ah
jente de la me tera, inizia ad incantare il suo ascoltatore, ammaliandolo
da una voce soave ma carica di tecnica raffinata.
Gli strumenti musicali ci sono tutti: oboe, flauti, fisarmonica, mandolino, ma
anche batteria, percussioni, chitarre che ti trascinano sognante al secondo cantico
dal titolo
L'aqua fioria, (la favola della dama bianca), qui
sulla voce sofisticata della Laquidara si narra una triste storia d'amore, che
una chitarra delicata conduce prendendoci per mano fino alla fine del pezzo.
La fumana, Reina d'ombria e
Dormi putin sono
di notevole impatto, originale la prima,
La
fumana, un ouverture
corale che ti colpisce come una filastrocca.
Come un esploratrice appunto, l'artista che suddivide le canzoni in cantici,
ci accompagna in questo viaggio con i brani
L'anema
se desfa,
Nota d'anguana e
Livergòn, queste sono canzoni sì diverse
tra loro, ma con delle impeccabili armonizzazioni vocali che le rendono quasi
fogli della stessa pagina.
Degne di nota anche
Tiketetanda, dove
viene utilizzato uno strumento antichissimo chiamato ghironda, che assomiglia
lontanamente ad un violino, e
La Tita Tata, dove nella prima l'artista libera delle improvvisazioni di
caratura jazz, mentre nel secondo pezzo tornano in scena le canterine del Feo
(già ascoltate nel pezzo La fumana), un coro di donne ottantenni che cantano
in maniera egregia le loro origini.
Il canto dei battipali chiude questi 11 cantici. Qui si respira
una perfetta fusione tra la voce della cantante e il testo. Questo canto prettamente
veneziano era anticamente conosciuto come il ritmo dei battipali quindi una canzone
che veniva utilizzato per ritmare il durissimo lavoro dei battimpali, un
brano che riempie di note antiche i vuoti tra le strofe.
Il canto dell'anguana è sì una celebrazione del
sentimento più romantico e più antico del mondo, quello per la
terra, ma è anche colore, profumo, grandi sospiri e grandi emozioni di
un' artista di grande valore come
Patrizia Laquidara.
Alba Cosentino